F35

 

Malgrado le apparenze, l’Italia ha una strategia di difesa. Che prevede anche l’attacco. Non la decide il governo, ma una lobby composta da generali, faccendieri, politicanti da sottobosco. L’ultimo colpo della lobby si chiama Joint Strike Fighter F 35. Un progetto internazionale – capofila il governo Usa, capocommessa la famigerata Lockheed – per la costruzione e la vendita di aerei da guerra di ultima generazione. L’adesione alla prima fase del progetto risale al governo D’Alema. La fase 2 è stata ratificata il 7 febbraio 2007, quando il sottosegretario alla Difesa Forgieri ha firmato un preaccordo con l’amministrazione Bush per una linea di assemblaggio all’aereoporto di Cameri, che prevede un cospicuo investimento pubblico (l’impegno già assunto è di 1028 milioni di euro) e l’intenzione di acquistare un centinaio di aerei. Il costo è stellare: si parla di circa cento milioni di euro a velivolo. Come viene giustificata questa scelta? Esigenze strategico-militari e opportunità di sviluppo economico del territorio. L’informazione sull’intera vicenda, inutile dirlo, è assai inadeguata. A Novara è stato costituito un tavolo di lavoro che si oppone a questo progetto: chiede chiarezza alle autorità politiche e cerca di sensibilizzare la popolazione. Ho intervistato tre suoi esponenti: Laura Bergomi, Renato Bolognese, Carla Lavagna. Presto pubblicherò nuove interviste sul tema. Se incontrate il ministro Parisi o il sottosegretario Forgieri prima voi, domandategli se questi lussuosi aerei da guerra siano propri necessari. E a chi.

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