Mutamento climatico veloce e politica lenta

Il compromesso fra Europa e Stati Uniti sui cambiamenti climatici, raggiunto al G8, è stato giudicato dal presidente del Consiglio Prodi come un significativo passo avanti. Le cose non stanno così. E’ certamente positivo che gli Usa, il paese che più inquina e meno disinquina, decida di porsi il problema e accetti di diminuire in un imprecisato futuro le proprie emissioni climalteranti. Lo fa, però, senza indicare quanti gas serra s’impegna ad abbattere e soprattutto in che tempi. In realtà, quel compromesso indica la sproporzione drammatica che c’è fra la rapidità con cui il cambio di clima sconvolge la vita sulla terra e l’esasperante lentezza della politica a prendere decisioni utili per governare questo fenomeno, garantendo così la sicurezza e un futuro agli abitanti di questo pianeta. Non ci sono tempi lunghi a disposizione: la governabilità del clima è questione di pochi decenni, entro i quali o si sapranno contenere l’aumento della temperatura entro i due gradi o la situazione diventerà ingovernabile. Forse la prima riforma della politica sarebbe, oltre a farla costare meno, quella di restituirle motivazioni e finalità. Temo che non ce ne faremo nulla di una classe dirigente che costi meno, ma incapace di assumere le priorità vere e su queste prendere decisioni, al di là della loro popolarità.

Tutto il contrario di quanto ci ha offerto il G8, un evento costoso, antidemocratico e rifiutato dalla gran maggioranza delle popolazioni di questo mondo. Forse però il compromesso raggiunto potrebbe anche rappresentare un passo avanti: a condizione che l’Europa proceda ugualmente sulla strada delle scelte unilaterali e vincolanti. In altre parole, nei prossimi tredici anni pratichi l’obiettivo che si è recentemente prefissa dei tre venti: 20% in meno di gas serra, 20% di maggiore efficienza e 20% di energia da vere fonti rinnovabili. Soprattutto faccia di questa decisione un discrimine della propria politica estera, cercando di conquistare a questa prospettiva il resto del mondo e in particolare la Cina, l’India e il Brasile. In poche parole servono scelte più autonome da quelle degli Stati Uniti e non questo inseguimento continuo delle loro posizioni. Due segnali inequivocabili, che direbbero con chiarezza che si vuole andare in questa direzione di marcia, sarebbero: da un lato quello di decidere che tutti gli investimenti e le spese per l’ambiente e la protezione del clima siano fuori dai parametri di Maastricht e dall’altro l’introduzione di una carbon tax. Il governo italiano è disponibile a caratterizzarsi su questo fronte e a farne nelle prossime settimane una priorità della propria politica europea ed estera? Farlo rappresenterebbe, per il centro sinistra, un’occasione di rilancio e ripresa di consenso.

Così come lo sarebbe se presentasse un DPEF che, insieme alla giustizia sociale, mettesse al centro delle scelte la questione del clima, come richiesto dalla riunione unitaria di tutti i gruppi parlamentari della sinistra. Cosa sia un Dpef socialmente giusto lo sappiamo bene: ridistribuzione del reddito, piena occupazione e tutela delle prestazioni dello stato sociale a cominciare dalle pensioni. Altrettanto semplice è però indicare i riferimenti di un documento di programmazione economico-finanziaria ambientalista e di protezione sul clima. Andrebbero, in primo luogo, confermate e rafforzate le misure già prese nell’ultima finanziaria per una maggiore efficienza energetica: 55% di deduzione fiscale per gli interventi di efficienza nelle ristrutturazioni edilizie, per tutte le tecnologie del risparmio energetico ed infine per l’installazione di pannelli solari per l’acqua calda. Sul fronte della spesa andrebbero tagliate tutte quelle previste per grandi opere, la cui costruzione aggraverebbe le emissioni di CO2 del paese; così come andrebbero tagliate quelle a sostegno delle energie fossili a cominciare dagli sgravi fiscali per l’autotrasporto su gomma. Un Dpef di protezione del clima e dell’ambiente dovrebbe delineare una riforma del fisco in grado di spostare il peso della pressione fiscale dal lavoro e dall’impresa al consumo di risorse (terra acqua aria). Ed ancora va programmata una estensione a tutte le rinnovabili della tariffa incentivante, prevista oggi dal conto energia solo per il solare fotovoltaico, remunerando quindi ogni fonte alternativa in modo diverso, secondo la maturità economica. Infine nelle politiche industriali va incentivata la creazione della filiera industriale italiana dei materiali e delle tecnologie del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili. Molti altri suggerimenti si potrebbero aggiungere, come ad esempio gli investimenti nelle politiche di adattamento al cambio di clima su cui orientare le risorse per la protezione civile e il volontariato, ma quanto detto dovrebbe essere sufficiente a chiarire il senso di marcia che vorremmo dal documento di programmazione economica e finanziaria. Si può aggiungere la richiesta al governo Prodi di un segnale immediato che dimostri agli italiani che c’è la volontà politica di andare in questa direzione: ad esempio decidere di rinunciare al carbone, anzichè scaricare le sanzioni che ci verrebbero inflitte per non avere rispettato Kyoto sulle bollette delle cittadine-i, adempiendo così alla richiesta della UE di un ulteriore taglio di trenta milioni di tonnellate di CO2 al piano presenato dal nostro governo.

Non basta un’efficace concertazione di vertice a far passare questi suggerimenti ed indicazioni. E’ decisivo anche far vivere questa politica nel paese. Ed allora vanno fatte alcune domande ai principali soggetti che potrebbero far vivere queste proposte: il sindacato è disponibile a lanciare nelle prossime settimane una grande consultazione di massa in tutti i luoghi di lavoro su questa piattaforma? Le forze della sinistra si impegneranno a condurre su tutto ciò una campagna in tutto il paese? Le associazioni e la società civile organizzata sono disponibili a rilanciare la campagna “cambiare si può” caratterizzandola su questi contenuti? In attesa di risposte questo giornale farà la sua parte. Mi chiedo se non potrebbero essere queste le primarie di un nuovo soggetto unitario della sinistra di governo, anziché un voto su chi ne dovrebbe essere il segretario?

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